Il secondo film di Inarritu, prima di Babel: cupo, disperato racconta l’incapacità di dare un senso alla vita (e al
la morte), tuttavia questa vicenda disperata pare essere una complessa trama di rapporti causa-effetto che non riusciamo a capire nè, tantomeno, ad accettare.
Mi piace il modo di raccontare di Inarritu, anche se, mi rendo conto, sia quasi diventato manieristico. Mi piace perchè sembra voler dire che la realtà non è lineare, non è oggettiva e presente, passato e futuro si confondono…
Ho visto il nuovo Sherlock Holmes targato Guy Ritchie e per quanto bello nelle ambientazioni (una Londra dark tipo quella di Sweeney Todd di Burton) e nei personaggi principali (Robert Downey jr è uno Sherlock Holmes un pò folle ma sempre molto geniale e adesso anche parecchio ‘sborone’ e anche Jude Law è un Dottor Watson molto figo) a questo lusso dell’immagine non corrisponde una vera originalità della storia. Le trovate, gli effetti sono un pò fini a sè stessi e già visti da qualche altra parte: paventare la conquista del mondo da parte del cattivissimo di turno è più da film di James Bond…
Comunque alla fine mi sono anche divertito per cui lo consiglio per queste feste se non volete vedere il solito cine-panettone…