Lettera di George Sand ad Alfred de Musset

settembre 29th, 2011 § 0 comments § permalink

No, mio caro, queste tre lettere non sono l’ultima stretta di mano
dell’amante che ti lascia, è l’abbraccio del fratello che ti resta.

Questo sentimento è troppo bello, troppo puro e troppo
dolce perché io non provi mai il bisogno di finire con lui.

Che il mio ricordo non avveleni nessuna delle gioie della tua vita,
ma non lasciare che queste gioie distruggano e rovinino il mio ricordo.

Sii felice, sii amato.

Come non potresti esserlo? Ma guardami da un piccolo angolo
segreto del mio cuore e scendi lì nei tuoi giorni di tristezza
per trovare lì  una consolazione o un incoraggiamento.

Ama dunque, mio Alfredo, ama più che puoi.
Ama una donna giovane, bella e che non abbia ancora amato,
trattala bene, e non la fare soffrire.

Il cuore di una donna è una cosa così delicata
Quando non è un ghiaccio o una pietra!
Io credo che non esista una via di mezzo  nel tuo modo di amare.
La tua anima è fatta per amare ardentemente, o per seccarsi tutta in una volta.

Tu l’hai detto cento volte, e tu hai avuto modo di smentire
Ma nulla, nulla ha sminuito questa tua affermazione,
Non c’è al mondo nulla che valga se non l’amore.
Forse tu mi hai amato con pena,
per amare un’altra con abbandono.

Forse quella che verrà ti amerà meno di me,
e forse sarà più felice e più amata.

Forse il tuo nuovo amore sarà più romantico e più giovane.

Ma il tuo cuore, il tuo buon cuore, non lo proteggere, te ne prego.
Che si metta tutto intero
In tutti gli amori della tua vita,
fino a quando un giorno tu possa guardare indietro
e dire come me, io ho sofferto spesso,
mi son sbagliata qualche volta

Ma io ho amato.

The Dubliners (il finale)

settembre 7th, 2011 § 0 comments § permalink

 

Si era profondamente addormentata.
Gabriel, appoggiato sul gomito, la guardò per alcuni istanti, senza rancore, i capelli scomposti e la bocca semiaperta, ascoltandone il profondo respiro. Dunque c’era un romanzo nella sua vita: un uomo era morto per lei. Sentiva un’acuta sensazione di pena ora, pensando alla misera parte che lui, il marito, aveva avuto nella sua vita. La osservava, mentre dormiva, come se non avessero mai vissuto insieme da uomo e donna. I suoi occhi curiosi indugiarono a lungo sul suo viso e sui suoi capelli e, mentre pensava a quella che doveva essere stata allora, al tempo della sua bellezza di fanciulla, una strana, benevola pietà per lei gli penetrò nell’anima. Non voleva ammettere neppure con se stesso che il suo viso non era più bello, ma sapeva che non era il viso per il quale Michael Furey aveva sfidato la morte.
Forse non gli aveva raccontato tutto. Posò gli occhi sulla sedia su cui lei aveva gettato alcuni indumenti. Un laccio della sottana pendeva sul pavimento, uno stivaletto, la cui parte alta era afflosciata, stava diritto e il compagno gli giaceva di fianco. Si meravigliò della sua eccitazione di prima. Da dove era nata? Dalla cena delle zie, dal suo sciocco discorso, dal vino e dal ballare, dal festoso scambiarsi la buona notte nell’atrio e dal piacere della passeggiata lungo il fiume sulla neve. Povera zia Julia! Anche lei, presto, sarebbe stata un’ombra come Patrick Morkan e il suo cavallo. Glielo aveva letto in faccia per un momento, quando cantava: “Ornata per le nozze”. Presto, forse, si sarebbe trovato seduto nello stesso salotto, vestito di nero, col cilindro sulle ginocchia. Le imposte sarebbero state socchiuse, e zia Kate, seduta vicino a lui, piangendo e soffiandosi il naso, gli avrebbe raccontato come Julia era morta. Si sarebbe spremuto le meningi per trovare qualche parola che potesse consolarla e ne avrebbe trovato solo di banali e inutili. Sì, sarebbe successo molto presto.
L’aria della stanza gli faceva sentire freddo alle spalle. Si lasciò scivolare pian piano sotto il lenzuolo e si coricò vicino alla moglie.
A uno a uno sarebbero diventati tutti delle ombre. Meglio passare a miglior vita baldanzosamente, nel pieno splendore di qualche passione, piuttosto che appassire e spegnersi lentamente di vecchiaia. Pensava a come colei che gli giaceva accanto avesse per tanti anni custodito gelosamente nel cuore l’immagine degli occhi del suo innamorato, quando le aveva detto che non desiderava vivere. Lacrime generose riempirono gli occhi di Gabriel. Lui non lo aveva mai provato per nessuna donna, ma sapeva che un sentimento simile doveva essere amore. Le lacrime gli salirono più abbondanti agli occhi, e, nella semioscurità, immaginò di vedere la sagoma di un giovinetto in piedi sotto un albero gocciolante. Altre figure gli erano vicino. La sua anima si era avvicinata a quella regione dove abita l’immensa schiera dei morti. Era consapevole della loro esistenza aerea e incorporea, ma non poteva afferrarla. La sua stessa identità svaniva in un grigio mondo impalpabile: lo stesso solido mondo, in cui questi morti avevano operato e vissuto, si dissolveva e svaniva.
Un leggero picchiare sui vetri lo fece girare verso la finestra. Aveva ricominciato a nevicare. Osservò assonnato i fiocchi, argentei e
scuri, cadere obliquamente contro il lampione. Era tempo per lui di mettersi in viaggio verso occidente. Sì, i giornali avevano ragione: nevicava in tutta l’Irlanda. La neve cadeva su ogni punto dell’oscura pianura centrale, sulle colline senza alberi, cadeva lenta sulla
palude di Allen e, più a ovest, sulle onde scure e tumultuose dello Shannon. Cadeva anche sopra ogni punto del solitario cimitero sulla collina dove era sepolto Michael Furey. Si ammucchiava fitta sulle croci contorte e sulle lapidi, sulle punte del cancelletto, sui roveti
spogli. La sua anima si dissolse lentamente nel sonno, mentre ascoltava la neve cadere lieve su tutto l’universo, come la discesa
della loro ultima fine, su tutti i vivi e su tutti i morti.

James Joyce

Inferno e paradiso

maggio 1st, 2011 § 0 comments § permalink

A un uomo fu dato il permesso di visitare il paradiso e l’inferno mentre era ancora in vita. Andò prima all’inferno, e lì vide un gran numero di persone sedute a lunghe tavolate, imbandite di cibo ricco e abbondante. Eppure queste persone piangevano e stavano morendo di fame. Il visitatore ben presto ne vide la ragione: i cucchiai e le forchette che usavano erano più lunghi delle braccia, cosicchè costoro erano incapaci di portare cibo alla bocca. Poi l’uomo andó in paradiso e lì trovó la stessa situazione: lunghe tavolate imbandite con cibi di ogni genere; anche qui la gente aveva posate più lunghe delle braccia e anche qui non poteva portare cibo alla bocca; eppure avevano tutti l’aria di essere soddisfatti e ben nutriti. La spiegazione era semplice: anzichè cercare di nutrire se stessi, si imboccavano reciprocamente.

Da ‘Crescere: teoria e pratica della psicosintesi’ di P.Ferrucci

I minatori cileni

ottobre 14th, 2010 § 0 comments § permalink

Il Cile che rinasce dal sottosuolo

Tirarli fuori da lì è stata una prodezza, ma una prodezza di tutti quelli che hanno sudato finché non ce l’hanno fatta. E la maggior prodezza sarà ottenere che in Cile si rispettino le norme di sicurezza sul lavoro perché non accada mai più che 33 minatori scompaiano nelle viscere della terra.

Luis Sepulveda (Repubblica 14/10/2010)

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